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postato da oniat alle ore 13:11 giovedì, 26 novembre 2009

C'è una schiera di pensatori accorti e molto profondi che nel chiuso delle loro stanze ammuffite, non fanno che ripetere che non è Berlusconi il problema, bensì gli organismi sovranazionali, il trattato di Lisbona, la Trilateral, il WTO ecc. Possibile che non si possa vedere  la dimensione dei problemi su piani diversi, senza che necessariamente uno escluda l'altro, perché  la logica contesto globale è l'unica ad avere significato di sostanza? Chi condivide analisi argomentate e acute sul WTO non può partecipare al NO BERLUSCONI DAY altrimenti è un fesso che si fa traviare dalle apparenze, scambiando il teatrino dei pupi siciliani con la realtà? Dobbiamo per  per forza considerare il caso Berlusconi/Italia come un fatto irrilevante e concentrarci unicamente sulla Trilateral perché sennò perdiamo di vista l'essenziale? Sarebbe come dire che è irrilevante se le scale del mio condominio cadono a pezzi , la cosa importante è il piano regolatore urbanistico e gli interessi che ci stanno dietro. Sono entrambi importanti a mio avviso, perché nel condominio ci viviamo e perché questo si situa in un contesto che ne condiziona i destini.
Il problema è anche un problema di strategie. Lottare contro il WTO è una cosa, cercare di mandare a casa Berlusconi è un'altra cosa. Lottare contro le logiche di strutture sovranazionali è di pertinenza di un movimento che esprime un'elevata consapevolezza della realtà e che riesce a  mettere questa sua consapevolezza al servizio   di interessi particolari di una gran parte di popolazioni che dal WTO sono ingannate e depredate. Essere partecipi di questo movimento non preclude alcuna altra opzione, meno che meno quella del NO B DAY, e nei fatti moti di quelli che parteciperanno al NO B DAY saranno gli stessi che un domani manifesteranno contro le politiche neoliberiste e contro le guerre. L'importante è capire che oltre ad essere strumenti di organismi  decisionali che travalicano i confini nazionali, i tipi come Berlusconi rappresentano un'attualità che non può essere ignorata per chi ci vive a stretto contatto. Lottare adesso contro gli sfasci della politica berlusconiana, contro le connivenze mafiose, la devastazione del territorio e l'assalto ad un sistema di regole di convivenza condivise,  assecondando un'idea di "normalità", significa agganciarsi al concreto e da lì partire per permettere la penetrazione di un discorso più complessivo. Lottare contro la Trilateral oggi è  un esercizio intellettuale utile e doveroso, ma senza alcun risvolto pragmatico. Per questo motivo la ricombinazione dei vari soggetti sociali è importante.
Ad ogni modo non è indifferente un tipo di governo rispetto ad un altro, non lo è per milioni di persone e non lo è nemmeno per una terra martoriata come l'Italia
.

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postato da Ullikummi alle ore 09:55 giovedì, 26 novembre 2009

Intervista a Giacomo Becattini*

di Cosma Orsi (dal Manifesto)


sinn an sich

Sinn an Sich (2007) di Erlend Mørk


È difficile capire come il pianeta possa riuscire a trovare una via d'uscita dalla attuale recessione. L'accentuarsi dei conflitti per il controllo delle risorse prepara però un futuro poco roseo, rendendo risibile l'immagine del mercato come paese delle meraviglie


Il capitalismo è di fronte a una crisi sistemica, che coinvolge sia la dimensione finanziaria che quella «reale». Per Giacomo Becattini è questo il punto da cui partire per comprendere le conseguenze e gli «effetti collaterali» dell'attuale situazione economica. Studioso dei distretti industriali come modello di sviluppo economico parallelo a quello basato sulla grande impresa, Becattini sostiene che la crisi mette a nudo i limiti e le difficoltà della sinistra nella comprensione dei processi economici. Allo stesso tempo, in questo terzo appuntamento su come alcuni economisti italiani riflettono sulla situazione attuale, invita a non fare facili profezie sulle vie d'uscita dalla crisi, perché dipendenti da «logiche sistemiche» proprie del processo economico che dalle politiche nazionali e internazionali.

Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
La crisi è anzitutto sistemica, perché investe tutto l'organismo sociale, non solo nelle sue componenti economico-finanziarie, ma anche in quelle sociali e culturali. Essa è finanziaria e reale al tempo stesso, perché la finanza (la borsa, le banche, ecc..) nel capitalismo avanzato, costituisce l'ossatura - strutturalmente infetta - dell'economia reale. Ciclica, infine, per la natura stessa del mercato, che chiudendo i conti sempre ex post deraglia sistematicamente dal sentiero dello sviluppo equilibrato e deve esservi ricondotto, prima o poi, dalla crisi.

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postato da oniat alle ore 15:12 mercoledì, 25 novembre 2009

Ad OK notizie hanno successo solo notizie con un certo appeal di pancia. Un titolo stuzzicante che muove le budella, che ispira curiosità su temi politici che ti stanno a cuore e che hanno un potenziale catartico come le malefatte di Berlusconi e sodali spiattellate e messe in bella vista, è quello che ha successo. Non frega a nessuno, o frega a pochi del WTO e dei meccanismo di dominio globali o della filosofia delle motlitudini. OK notizie risponde a criteri di comunicazione che non sono quelli dei siti o blog tematici che un consumo più lento e meditato, qui funziona il marketing della notiza e il consumo è veloce. C'è solo da sperare che riescano a passare messaggi interessanti.

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postato da Ullikummi alle ore 12:55 mercoledì, 25 novembre 2009

USA - Ragazzo di undici anni spara alla fidanzata incinta del padre, usando un tipo di fucile appositamente dedicato all'uso da parte dei bambini. Sarà processato come un adulto











Beretta AL391 Urika Youth
Studiato e proporzionato per corporature giovani, il modello Youth dispone di un calcio più corto (342 mm) e canna da cm 61 o 66 con strozzatori intercambiabili Mobilchoke®




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postato da oniat alle ore 19:09 martedì, 24 novembre 2009

 
Ho già accennato di quelle che secondo me sono le caratteristiche del movimento del NO B Day. Non voglio fare analisi sociologiche troppo complicate. Credo però che vadano sottolineati alcuni aspetti fondamentali.
Primo. Il movimento rifiuta connotazioni partitiche e si presenta in modo apparentemente neutrale e distante dalle culture politiche classiche. Đ€ ovvio che il background di chi partecipa non può essere una specie di tabula rasa: ognuno avrà una storia e magari esperienze politiche passate. Il punto è che non ha importanza la storia del singolo, qui è il fenomeno in sé che trascende l'ideologia e l'appartenenza almeno come premessa. Già perché come è facile intuire e come ci insegnano i filosofi che indagano sul concetto di verità, anche l'assenza di qualcosa è presenza che si definisce proprio in base a quella assenza.
Secondo. Il movimento NO B DAY è fondamentalmente, a mio avviso, una rivendicazione di giustizia, di legalità e di normalità in senso lato. Đ€ un tentativo di riconciliarsi con una logica che sentiamo più vicina al nostro senso comune e alla nostra idea di modernità. L'idea che un uomo  governi una nazione, quando i suoi sodali risultano corrotti e lui stesso risulta chiaramente un corruttore, è un'idea intollerabile secondo i canoni di una giustizia liberale, ma direi anche secondi i canoni di una giustizia "naturale".
Terzo. Ignorare questa esigenza, sebbene espressa sotto forma di una  generica richiesta di giustizia, è assurdo. I contenuti di un tale movimento non possono  certo essere derubricati a semplice qualunquismo o giustizialismo, ma vanno letti, da un lato come un fenomeno
frutto di mutamenti epocali della composizione sociale e della fine dell'equivalenza fra appartenenza di classe e opzione politica, e dall’altro lato come risultato dell'aggressività di una destra capace di far interiorizzare al popolo le sue parole d'ordine, espresse in un misto di  populismo, rozza  propaganda e  razzismo. Negli ultimi anni oltre ad avere assistito all'emergere di  pulsioni tipicamente plebee in seno alla società, quale regressione a una dimensione prepolitica, abbiamo assisitito  parallelamente anche all’emersione di un ceto sociale composito, dotato di una forte consapevolezza della realtà e animato dalla volontà di rappresentare autonomamente i propri interessi di soggetti politici e sociali che vivono un’esistenza “precaria”. 
Di Pietro e Ferrero hanno fatto bene ad accodarsi all’iniziativa del NO B DAY, perché i suoi contenuti, nella loro sconcertante semplicità, possono risultare deflagranti per la politica tutta, se questa non riesce a mantenere aperto il dialogo con i movimenti. Porre la realtà della politica ad un vaglio razionale, secondo l’idea di una giustizia basilare emendata dal peso dell’escatologia, è un fatto che può produrre conseguenze incalcolabili. L’unico  ostacolo vero alla potenza rivoluzionaria di un tale movimento, oltre agli interessi di quel ceto sociale di furbi e delinquenti di varia natura che costituiscono lo zoccolo duro del berlusconismo,  è la politica dei clientes: finché il consenso si baserà in larga parte sul clientelismo e sul controllo mafioso del territorio, i margini saranno ristretti, ma quando la crisi restringerà questi margini, potrebbero essere dolori per  quei politici che basano le loro fortune sulla soddisfazione delle aspettative della propria clientela, attraverso un uso generoso della spesa pubblica.

Il mio augurio è che le forme della vecchia politica vadano a ricombinarsi con queste nuove forme di ribellione e di indignazione  sociale diffuse, sebbene così paradossalmente educate e animate da spirito legalitario, e che l’incontro fra vecchie e nuove soggettività produca una prassi  che, anche attraverso  la specificità di determinate tematiche e di richieste politiche, sia in grado di produrre mutamenti generali.

Ripeto per l’ennesima volta che capisco perfettamente chi dice che  mandare a casa Berlusconi e avere un governo “legale”  più aderente al formalismo giuridico ed a canoni di una giustizia borghese non scioglie i nodi delle contraddizioni capitaliste, che portano alla fame di milioni di uomini e donne e alla devastazione del pianeta. Avere un ‘Italia più “normale” e ordinata , come i paesi che definiamo civili,  potrebbe non cambiare di una virgola il destino di un africano che muore di sete e di fame. Se però consideriamo il movimento che ha generato il NO B Day come altri movimenti, un’occasione per mettere a confronto visioni del mondo differenti, senza veti, né pregiudiziali di sorta, credo che alla fine avremo tutti da guadagnarci e forse prima o poi riusciremo anche ad aggredire i “veri problemi” del mondo. Per adesso ci dobbiamo accontentare di mandare a casa uno che per non essere un vero problema è un problema non da poco, soprattutto per noi italiani, e magari chissà, forse riusciremo ad avere un governo  più attento all’ecologia sia politica che ambientale, che faccia fuori la mafia, e che non tratti i migranti  come spazzatura da tirare via quando viene Natale.

Franco Cilli


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postato da Ullikummi alle ore 05:56 martedì, 24 novembre 2009

by Fred Clark (from slacktivist)


Listening to an interview with Elinor Ostrom on NPR's Planet Money podcast, I was delighted to learn that one can, in a way, be awarded a Nobel Prize for theology.

Technically, Ostrom was awarded the prize in economics "for her analysis of economic governance, especially the commons." But the gist of that work, it turns out, is an affirmation of the principle of subsidiarity.Anteprima del post

This is the idea, developed over the centuries since St. Thomas Aquinas, that decision-making ought to take place as close as possible to those directly affected by and responsible for the decision. Formally, subsidiarity is described as the principle that "a community of higher order should not interfere in the internal life of a community of a lower order, depriving the latter of its functions, but rather should support it in case of need and help to coordinate its activity with the activities of the rest of society, always with a view to the common good."

That higher and lower business in the official Catholic phrasing reflects the origins of this idea from a more hierarchical time. That formulation troubled later Protestant thinkers who reworked subsidiarity into the idea of "sphere sovereignty" -- restating the notion without reference to higher and lower, but rather in terms of "spheres" of sovereignty closer to or further from the decisions in question. Think of it kind of like a 3-D Venn diagram.

The implication of subsidiarity and/or sphere sovereignty is that responsibility is pervasive and complementary -- that it is shared by every sphere, or by all levels or orders of society. No order or sphere or actor is irresponsible, but the form and the priority of responsibility varies depending on each level/order/actor's relation to the matter at hand.

I've written a good bit about this on this blog -- see, for example, "More on subsidiarity" and "Who is You?". The latter post there offers a look at how this principle can be seen at work in the way society seeks to care for orphans. Since that discussion was from more than five years ago, it might be worth running through that again briefly.

Parents have the primary responsibility for caring for, feeding, sheltering and nurturing children. Orphans, by definition, have lost their parents, so this primary responsibility moves farther out to the next-best option and the next order or sphere. The primary responsibility for those orphans next falls, in other words, to other relatives or close friends. Those heroic grandmothers we often hear about raising their grandchildren on behalf of their dead, absent, addicted or incarcerated parents are subsidiarity in action. These grandparents may have previously played only a subsidiary role in raising these children, but when the parents are out of the picture, they step up to play the primary role.

If no such relatives are willing or able to care for our hypothetical orphans we turn to the next-best, next-closest alternative -- to foster parents who had previously been only distantly, tangentially subsidiary to the lives of these children but who would be next in line to take over as primarily responsible for their care. In the absence of any such capable foster parents, the care of these children would fall to some actors or agencies even more distant or higher-order, until ultimately -- should all such subsidiary actors fail -- we would reach the final, most distant, highest-order actor, the federal government.

The failure to appreciate subsidiarity results in a great deal of the thudding stupidity that infects our political discourse. Almost every topic is addressed as though the world consisted of two and only two actors -- the individual and the federal government. And those two actors are regarded as mutually exclusive, having no shared or complementary responsibilities. This creates a world in which our hypothetical orphans above can only be imagined to exist in either an intact, two-parent nuclear family or else as wards of some monolithic centralized federal orphanage.

This either/or absurdity shapes arguments about everything from health care to education to employment. Either the individual is solely responsible for X or else the federal government is. This form of argument allows for and imagines no other agencies, levels, spheres, orders, communities or possibilities. Nor does it allow for the underlying, fundamental reality, which is that none of these various responsibilities are exclusive or even competing. No one is ever irresponsible.

The illustration with our hypothetical orphans above shows how each higher or more distant actor has the responsibility to step in and take a greater responsibility when the lower/closer actors fail, but before that happens, these more-distant actors first have the responsibility to support and sustain the closer, "lower-order" actors and thereby to prevent them from failing. The federal government is not only responsible for providing a last-desperate-measure National Home for Unwanted Children -- it's responsible for supporting Grandma so that she will be able, in turn, to care for her grandchildren. This is better for the children and cheaper for the government. It can and should support Grandma both directly and indirectly, by helping to create a context and climate in which she is better able to meet her new responsibilities to these orphaned children.

So -- sticking with the more Catholic hierarchical approach, just because it's easier to visualize -- the higher orders have a responsibility not just to step in when the lower orders fail, but to bolster and support those lower orders so that they do not fail, and to ensure a broader context that makes their failure less likely. The lower orders, in turn, have to meet their responsibilities so as not to bog down the higher orders with having to take a greater role in what ought to be, for them, subsidiary, distant and tangential functions.

This is true not just for the very highest and the very lowest, but for every level in between. The dual role of direct support and improved context applies not just to the federal government as the agent of last resort, but to every other actor at every other level or sphere as well.

What I found most endearing and admirable about Elinor Ostrom in that interview with Planet Money was her fierce anger and frustration with the blunt stupidity that tries to take her work on subsidiarity and cram it into their pre-existing arguments against "Big Government," as though the cooperative, local governance she describes among Swiss farmers were some sort of Randian libertarian utopia.

I share that same anger and frustration. Particularly with the obtuse Randian types whose own agenda can only lead, perversely, to the very kind of Very Big Government they're always going on about. If everyone adopted their way of thinking, then the very thing they claim to oppose would inexorably come to pass. By advocating a form of radical individualism that denies all mutual, interdependent and differentiated responsibility, they guarantee the failure of every level/sphere/agency other than the agent of last resort. They create a world in which only that agent of last resort -- the federal government -- has any responsibility, and therefore a world in which it must have every responsibility.

A world of irresponsibly detached individuals, families, neighbors, neighborhoods, charities, clubs, associations, corporations, unions and congregations can only result in those farthest from the situation being forced to take up the responsibilities those other agents have abandoned. If people will not accept the responsibility of being citizens and neighbors, then the government will be forced to act in their stead.

My greatest frustration with the alleged opponents (and unwitting advocates) of "Big Government" is that they have it backwards. Government is not expanding because its usurping the responsibilities of those other, nearer actors. It is getting bigger because those other, nearer actors are abdicating their responsibilities, foisting them off onto the actor of last resort.

When there exists a healthy civil society -- which is to say, a responsible one -- it is unnecessary and nearly impossible for the government to take over the rightful functions of all these other spheres and agencies. But if they refuse to play their role it becomes nearly impossible for the government not to do so. If we refuse to be our brother's keepers, we're inviting Big Brother to take over the job instead.

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